19. Vertigini acute ricorrenti [idrope.info – Dott. La Torre]

19. Vertigini acute ricorrenti


Per crisi di vertigini acute ricorrenti intendiamo attacchi di vertigini temporanee, ripetuti nel tempo, con intervallo variabile, con percezione acuta, non reale, di movimento, di solito, ma non obbligatoriamente, di tipo rotatorio, dell’ambiente circostante rispetto al nostro corpo o del nostro corpo rispetto all’ambiente, di durata e intensità variabile perfino nella stessa persona in epoche o crisi differenti.

Per parlare di crisi ricorrenti o recidivanti, ovviamente, devono essercene almeno due ma, a volte, separate tra loro perfino da anni.

Tutte le crisi acute ricorrenti e recidivanti sono, secondo me, sempre dovute all’idrope endolinfatico, incluse quelle tradizionalmente attribuite ad altra causa.


Se siete entrati nel sito direttamente in questa pagina vi consiglio di leggere e apprendere in modo progressivo con l’esplorazione guidata partendo dalla home page e dalle basi per poi passare alla diagnosi, ai sintomi e infine alla terapia.

Ma guardate anche la pagina che dà più informazione

Questa pagina richiede necessariamente e obbligatoriamente la conoscenza propedeutica della pagina precedente Cosa sono le vere vertigini?



Le vertigini acute ricorrenti sono disturbo o malattia? Come e quando dovrebbero essere curate?

In questa premessa mi riferisco soprattutto a crisi maggiori spontanee e non a crisi brevi parossistiche di qualche minuto scatenate dal movimento, sperando che nemmeno altri medici (ma a volte è capitato anche questo) e nessun paziente, siano disposti a scegliere, o proporre nel caso dei medici, scelte più drastiche.

Ricordate quel che vi ho spiegato nella pagina dedicata alla ricerca delle cause?

Il vero problema nell’affrontare il tema delle vertigini acute ricorrenti è però che esistono, pur senza considerare quello di altri medici, dove ognuno può avere il suo, due punti di vista molto differenti:

  • Il punto di vista del paziente
  • Il mio punto di vista come medico

A rigor di logica e seguendo la mia filosofia generale, che mette sempre il paziente al centro, verrebbe istintivo pensare che si debba considerare e condividere il punto di vista del paziente, ovvero quanto lui o lei giudica effettivamente grave e importante le sue vertigini recidivanti e quanto le considera in effetti disturbo o malattia.

Ma, stavolta, sarebbe probabilmente un errore accettare il punto di vista del paziente, o almeno accettarlo passivamente, senza tentare di cambiarlo con la corretta informazione, e per quanto sia difficile spiegare le ragioni di questo mio punto di vista, ci proverò.

A questo punto serve, però, una… premessa alla premessa.

Io stesso molti anni fa ho avuto, in un periodo di enorme stress e problemi importanti nella mia vita, sia personali che professionali, ben cinque crisi spontanee relativamente importanti in un solo mese (Dicembre 2005) e, pur non facendo alcuna terapia, non ne ho più avute (a parte un brevissimo episodio nel 2025, dopo 20 anni), affrontandole senza alcuna preoccupazione e tornando pertanto dopo massimo 15-20 minuti a svolgere normalmente quel che stavo facendo prima.

Che caso specifico, ironicamente, in occasione della prima di queste crisi, era proprio parlare di vertigini con il paziente che avevo davanti (nella mia clinica, all’epoca non facevo ancora certo videoconsulenze). In occasione della prima crisi, anche lo stesso paziente, vedendomi sudare (era dicembre) e notando che mi ballavano gli occhi velocemente (nistagmo), mi diagnosticò che, evidentemente, avevo una crisi di vertigine in atto!.

Con grande stupore dello stesso paziente e degli altri in attesa, pur se in piena crisi, con evidente instabilità vera (che durante la crisi acuta si può avere), andai a vomitare nel bagno più vicino, restando assolutamente calmo e sereno senza alcuna reazione di panico o preoccupazione dissi: “Si… in effetti mi sta girando tutto! Ma è SOLO una crisi di vertigine. Nulla di grave. Facciamo così: vado, vomito e torno presto. Mi scusi per l’attesa!”, dissi tranquillamente al paziente con cui stavo parlando in visita.

Questo per dire che conosco anche cosa si prova anche soggettivamente, e non solo da medico specialista, e questo rinforza la mia convinzione su quanto sto per dirvi circa il ruolo delle componenti psico-emotive nel determinare l’effettiva invalidità della singola crisi.

La vera invalidità della vertigine ricorrente sta, secondo me, nella reazione psicologica ed emotiva, sia durante la crisi che nell’intervallo tra più crisi, e non nell’evento o nel sintomo in sé.

La componente psicologica ed emotiva, ansia, paura, panico e ignoranza su quali possano essere le cause sottostanti (ignoranza però facilmente superabile dopo aver letto la pagina precedente, propedeutica a questa) durante la crisi e nei confronti di eventuali crisi future, sono la vera malattia del paziente, molto più che non l’idrope nel suo orecchio o le sue vertigini che sono, per me, disturbi e non malattia.

E ragionandoci lo possono confermare anche gli stessi pazienti.

  • Più il paziente vive con paura la crisi acuta e più questa dura e si fa intensa, prolungata e invalidante.
  • Più il paziente affronta l’evento acuto in modo sereno e consapevole soprattutto della sua non assoluta gravità o di cause sottostanti pericolose e più questa diventa più leggera e controllabile e si accorcia nella sua durata.
  • Più il paziente vive in attesa e con paura della recidiva e della prossima crisi e più aumentano le probabilità di averla, visto che lo stress agisce sull’idrope.

    Per non parlare del condizionamento che ne può conseguire, con comportamenti evitanti o limitanti, quali rinuncia a viaggi o, a volte, nei casi limite, perfino a uscire di casa e, in generale, a vivere una vita normale.

Quindi ecco i due punti di vista discordanti, quello del paziente e il mio:

  • Per il paziente con vertigini recidivanti il suo problema è una malattia dell’orecchio (quando sa che è l’orecchio) da curare, e con recidive da prevenire e, se possibile, da guarire.
  • Per me, come medico con sufficiente conoscenza dell’argomento da poter esprimere la mia opinione, si tratta invece di un disturbo che ha valore solo quando effettivamente disturba, non più importante o invalidante (e a volte anche meno) rispetto a moltissimi piccoli problemi di salute ricorrenti che tutti conosciamo quali mal di testa, mal di denti, mal di pancia, e simili, che potrebbero essere perfino più frequenti, più intensi e più invalidanti.

Io considero il vero problema semmai, la situazione psico-emotiva. E quella andrebbe trattata, non solo con terapie farmacologiche o psicoterapia, ma proprio insegnando al paziente, o almeno provandoci, un diverso modo di considerare il problema.

Il vero problema causato dalle vertigini ricorrenti o recidivanti sta nella frequenza con la quale si presentano le crisi e non nell’intensità del singolo episodio, destinato inevitabilmente a risolversi al peggio dopo qualche ora, e spesso in molto meno tempo, soprattutto in assenza di reazione di allarme e panico che determinando peraltro scariche di ADH agisce poi anche negativamente sull’idrope.

Questo comporta che il paziente vuole una cura per la sua malattia (o presunta tale) dell’orecchio, mentre io ho sempre cercato di curare il paziente, che peraltro è per me una persona e non un orecchio con un corpo attorno, e la sua “testa.

Perché limitarmi alla cura dell’orecchio alla fine non darebbe reale beneficio alla vita di quel paziente, a meno di non poter garantire in modo assoluto l’assenza di future recidive cosa non possibile, o almeno non possibile secondo me.

Altri specialisti infatti, in questo caso, possono guarirvi definitivamente, e garantirvi (almeno in teoria) che non avrete più vertigini recidivanti. La terapia per idrope da me proposta, che peraltro ora non prescrivo più direttamente io, no.

A differenza di altri disturbi di cui mi sono occupato per anni, esiste, in realtà, il modo di guarire il paziente dalle vertigini acute ricorrenti eliminando definitivamente e in modo irreversibile l’informazione vestibolare proveniente da quel lato, mediante infiltrazione locale nell’orecchio di un antibiotico, la gentamicina.

La gentamicina è infatti capace di distruggere selettivamente i recettori vestibolari, anche se a dosi eccessive può danneggiare anche le cellule ciliate della coclea e quindi procurare danni irreversibili sull’udito.

Da quel che leggo in giro (ma non posso garantire nulla al riguardo, non avendo alcuna esperienza diretta), oggi nella maggior parte dei casi si riesce di solito a non creare alcun problema all’udito e a non avere nemmeno instabilità prolungata da perdita brusca dell’informazione vestibolare da parte del labirinto trattato, grazie al miglioramento dei protocolli e a somministrazioni multiple.

In alternativa, ma questo richiede un intervento chirurgico, si può sezionare il nervo vestibolare (neurectomia vestibolare), impedendo definitivamente che l’orecchio malato possa mandare informazione alterata al cervello e quindi procurare ulteriori vertigini. Si tratta di un intervento neurochirurgico, ma fatto spesso da otorinolaringoiatri con specifica esperienza con interventi di otoneurochirurgia, e ce ne sono anche in Italia di ottimi chirurghi e centri per questo, relativamente sicuro e con pochi rischi o conseguenze, se fatto dalle mani giuste.

Ma questa possibilità di guarigione definitiva non è mai da me stata proposta e nemmeno presa in considerazione.

E non per motivi scientifici, ma etici, morali. Consideratemi su questo argomento un obiettore di coscienza. Non considero nemmeno come ipotesi la soluzione di distruggere un organo per curare il quale (e per insegnare a curarlo), e non certo per distruggerlo, mi batto da moltissimi anni, facendone uno degli obiettivi principali della mia vita professionale.

Con una sola eccezione che, pur riguardando un sintomo da idrope, non è vertigine: le cadute brusche senza preavviso e senza vertigine e senza alcuna perdita di coscienza o crisi di Tumarkin, evento piuttosto raro ma che può portare a traumi anche importanti e conseguenze anche gravi. Ma mai solo per vere vertigini ricorrenti!

Invece di offrire questa possibilità o consigliarla, io mi sono sempre limitato a curare la fase acuta, lasciando il paziente a rischio di recidiva (più possibile che impossibile, dal punto di vista statistico, forse) e di ulteriore futuro star occasionalmente e brevemente male, semmai lavorando sulla persona in ogni modo per insegnare che…

  • Il futuro non lo conosce nessuno, né i medici né i pazienti. Ma parte di questo futuro, relativamente alle vertigini è condizionato dalla paura che predispone a nuove crisi.
  • Anche se capitasse un singolo episodio sporadico questo non costituirebbe davvero un problema, se affrontato serenamente.
  • Esiste il modo, con opportuni accorgimenti e consigli, di spegnere rapidamente quella crisi.
  • In caso di fase acuta con crisi multiple ravvicinate o a breve distanza, tale da costituire davvero un problema, con la terapia per idrope possiamo praticamente sempre spegnere quella fase acuta.
  • La vera soluzione, il vero guarire dalle vertigini, indipendentemente dal fatto che ne possano capitare altre in futuro o no, richiede un cambiamento del terreno predisponente, ovvero apprendere un vero ed efficace controllo delle reazioni psicoemotive, e della paura irrazionale verso il futuro, trasformandola semmai in preoccupazione proattiva e positiva, ovvero strategie di comportamento e reazione già programmate in caso di recidiva o nuova crisi.

Ora sapete, e mi rivolgo ai pazienti, che ci sono due strade possibili:

  • Cambiare voi stessi, rendendovi comunque vincenti nei confronti di future recidive, che non possono in tal modo davvero più battervi, perché sarete diventati più forti del disturbo stesso. Ma questo richiede impegno, tempo e voglia di arrivarci, facendo ovviamente comunque terapia sull’orecchio per trattare l’idrope ed ogni fase di riacutizzazione.
  • Scegliere la strada più facile, rapida e risolutiva (se fatta in modo corretto), creando volutamente un danno permanente e irreversibile nell’orecchio interno, con buone probabilità (non garantite comunque al 100% con la gentamicina, ma garantite con la neurectomia vestibolare) che quell’orecchio non procurerà mai più vertigini, distruggendo i recettori vestibolari.

Come avete ormai ben capito io ho un evidente pregiudizio, ma etico, non razionale o scientifico, alla base della mia scelta e del mio atteggiamento.

Ma, alla fine, la decisione la deve prendere il paziente, correttamente informato.

E io, salvo assoluto dovere di informazione trasparente, non posso scegliere per voi né cercare di convincervi, oltre un certo limite.


Videoconferenza su paura irrazionale e idrope

Se volete capire meglio e sentire anche l’opinione di altri pazienti, vi consiglio la registrazione di questa videoconferenza proprio dedicata alla paura irrazionale nella gestione dell’idrope. Non si parla in modo specifico di vertigine ma di tutto, anche di acufeni, perché alla fine il problema della paura irrazionale delle recidive e delle reazioni emotive riguarda tutti i disturbi da idrope

Videoconferenza interattiva del 24 novembre 2024, fondamentale per capire cosa serve gestire davvero a lungo termine

Vertigini ricorrenti a grappolo e sporadiche

Per parlare di crisi di vertigini ricorrenti o recidivanti devono essercene ovviamente almeno due, ma le due crisi possono essere nello spazio di un’intera vita, e non è importante, ai fini della definizione di crisi ricorrenti, che siano magari a distanza di 30 anni l’una dall’altra o in due giorni consecutivi.

In alcuni casi le crisi si presentano a grappolo, con attacchi di vertigine acuti ravvicinati, magari anche tutti i giorni o con più crisi nella stessa giornata, ma con una pausa nella sensazione vera e propria di vertigine acuta (ovvero la stanza o il soggetto smettono di girare seppur per breve tempo), nonostante possa persistere disequilibrio o malessere generale e ansia o panico tra una crisi e l’altra, e spesso con lunghi intervalli di mesi o anni tra un gruppo di crisi (fase acuta) e il successivo, non di rado con remissione spontanea della fase acuta, senza nemmeno fare terapia.

Spesso il grappolo è dovuto proprio allo stress che la crisi stessa comporta e una crisi, insieme alla frequente reazione di panico che la accompagna, predispone all’altra. 

Erroneamente il paziente a volte riferisce crisi che durano diverse giornate, ma in realtà, se si indaga bene, si tratta quasi sempre di numerose crisi ravvicinate con intervallo, e non di una crisi unica, nonostante il paziente spesso non si riprenda completamente nell’intervallo tra due singoli attacchi acuti veri e propri, tanto da identificarle come un’unica crisi prolungata o, più semplicemente, resti a letto più a lungo di quanto davvero necessario, per paura.

Ma molti pazienti hanno crisi singole e isolate, assolutamente sporadiche, a volte separate l’una dall’altra anche di molti anni

Ai fini della reale necessità di terapia quel che bisogna considerare non è tanto l’intensità della singola crisi quanto la frequenza con la quale compaiono, tenendo ben separato quel che è vertigine da quel che è paura di future vertigini.

Un paziente che ha crisi sporadiche e rare, per quanto intense, non ha bisogno di alcuna terapia, ma semmai solo di sapere come spegnere eventuali crisi future, in caso si ripresentassero. Non ha alcun senso fare terapia preventiva a vita.

Ma chi ha magari cinque minuti o meno di crisi più leggere quasi tutti i giorni è a tutti gli effetti da mettere in terapia, in quanto la sua situazione è molto più invalidante ai fini della programmazione della propria vita o dello stress che non quella del caso precedente.

Bisogna anche tener conto dello stato attuale e non di quello pregresso. Non si fa terapia preventiva solo perché il paziente ha avuto diverse crisi, ma lontane nel tempo rispetto a oggi, perché scopo della terapia è spegnere la fase acuta, non la prevenzione di futuri eventuali e imprevedibili episodi  a distanza di tempo.

Se il vero problema è la paura della vertigine e se è questa a limitare la vita del paziente serve supporto psicologico, mio o, se non sufficiente, di uno psicologo, non una cura per vertigini che al momento non ci sono. Ricordando che comunque non possiamo ottenere la guarigione, ovvero la certezza che mai ci saranno crisi in futuro, ma possiamo spegnere rapidamente ogni fase acuta, ovvero la ripresa di crisi di vertigine non limitata a un singolo episodio occasionale.


Vertigini ricorrenti maggiori e vertigini brevi da movimento

Esistono due diverse modalità di presentazione delle crisi di vertigine acuta, che possono ovviamente entrambe verificarsi, o essere occorse in passato, nello specifico paziente:

  • Le crisi di vertigini spontanee, che definisco anche crisi “maggiori, non scatenate da alcun movimento specifico, ma a insorgenza spontanea e generalmente della durata più lunga, a volte anche di molte ore, che spesso possono essere però episodi isolati e sporadici.
  • Le crisi di vertigini parossistiche “posizionali” scatenate dal movimento della testa o da un cambiamento di posizione, spesso sempre lo stesso movimento specifico, almeno in quella fase di riacutizzazione, più frequenti a letto nel girarsi da un lato, o al momento di coricarsi, ma anche per altri movimenti, generalmente di breve durata, ma che possono comunque essere intense e spesso “a grappolo“, nel senso spiegato prima.

Entrambi i tipi di attacchi acuti di solito sono accompagnati da intensi fenomeni neurovegetativi (nausea, vomito, pallore, sudorazione, variazione della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa ecc…), ma questi sono generalmente più importanti e più frequenti nelle crisi spontanee maggiori di più lunga durata.

Tradizionalmente questi due tipi di vertigine sono tenuti completamente distinti riconoscendo cause ben distinte per le due diverse modalità di presentazione.

  • Le crisi di vertigini spontanee maggiori e più prolungate vengono etichettate come Malattia di Meniere, se ci sono tutti i sintomi, o spesso restano senza diagnosi se al di fuori di un quadro classico di sindrome di Meniere con tutti i sintomi, o inventandosi la definizione di Meniere vestibolare o sindrome menieriforme, che non vuol dire assolutamente nulla, o attribuendole ad altra diagnosi, ad esempio, emicrania vestibolare.
  • Le brevi crisi posizionali scatenate dal movimento, sono invece da tutti (eccetto me!) attribuite a spostamento di otoliti nel labirinto posteriore (teoria della cupololitiasi o della canalolitiasi).

In realtà ho motivo di ritenere che si tratti di due possibili diverse manifestazioni di crisi di vertigini acute recidivanti da idrope o che comunque l’eventuale vertigine da otoliti sia comunque correlata all’idrope.

Spesso, inoltre, come detto, entrambe le modalità compaiono nello stesso paziente in periodi differenti e probabilmente anche in contemporanea, se pensiamo che, sebbene la vertigine maggiore sia spontanea e non scatenata da uno specifico movimento, i movimenti della testa durante la crisi possono accentuare la vertigine, o riacutizzarla quando apparentemente stava terminando.


Le crisi di vertigine spontanee di lunga durata

Nelle crisi maggiori di lunga durata a esordio spontaneo, non innescate da particolari movimenti stimolanti, tipicamente la vertigine e i fenomeni neurovegetativi si riducono con determinate posizioni del corpo (della testa) o degli occhi e al contrario si aggravano con altre. Nonostante quel che fanno molti pazienti istintivamente, il malessere si attenua con gli occhi aperti e fissando un punto preciso e si accentua con gli occhi chiusi. La durata e l’intensità della vertigine e dei fenomeni neurovegetativi associati sono strettamente condizionate, come già spiegato, anche dalla reazione di panico maggiore o minore del paziente.  

Non sono mai pericolose, purché non si cerchi di camminare o guidare con la vertigine in atto. Contemporaneamente infatti esiste anche uno squilibrio del tono muscolare, risposta del cervello alla errata informazione proveniente dal labirinto, e vera instabilità da brusca asimmetria dell’informazione vestibolare, che può perfino determinare cadute.

Quindi in presenza di un attacco acuto, quasi sempre preannunciato e in crescendo, anche se spesso in tempi piuttosto rapidi, bisogna comunque sedersi o meglio ancora sdraiarsi assumendo una determinata posizione del corpo, della testa e dello sguardo e cercare di limitare i movimenti della testa, finché perdura la vertigine.

Da molti anni ho ideato (imparando in parte anche dai pazienti stessi che, se ascoltati, sono spesso fonte preziosa) dei metodi di controllo e risoluzione rapida della vertigine acuta, che vengono forniti a ogni paziente insieme alla terapia.

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La durata della crisi non trattata può essere molto variabile, a volte anche di diverse ore, che possono però ridursi anche a 10-15 minuti o meno, con determinati accorgimenti, e soprattutto controllando il panico.

La durata della vertigine comunque ha minor valore diagnostico. Quel che conta per definire queste crisi “maggiori” è la spontaneità, ovvero il fatto che non siano scatenate, al loro esordio, da un movimento specifico della testa.

Possono spesso associarsi ad altri sintomi cocleari quali ipoacusia, acufene, fullness che possono aggravarsi o comparire prima, durante o dopo la crisi o paradossalmente risolversi o ridursi nettamente con la comparsa dell’attacco di vertigine se presenti prima della crisi (fenomeno di Lermoyez, che non è una malattia differente).

Queste sono le vertigini considerate (dagli altri, e non da me, che non do alcun valore alla definizione di Meniere ma considero comunque i sintomi uno a uno individualmente) “tipiche” della malattia di Meniere o meglio sindrome di Meniere.

Anche se, ormai, vedo sempre più, un fiorire continuo di diagnosi alternative, per ogni piccola variazione, per cui alla fine manco la Meniere viene più considerata diagnosi certa (ricordando che non è una diagnosi né una malattia ma una sindrome e quindi solo una definizione) e, di conseguenza, sempre meno si fa cura per idrope, l’unica che andrebbe proposta.

Che terapia andrebbe proposta per queste crisi recidivanti o ricorrenti di vertigine spontanee maggiori, sempre ovviamente che non si debba proporre comunque terapia per idrope per altri sintomi o disturbi?

  • Nessuna, se si tratta di episodio isolato, lontano dalla crisi precedente di molti mesi o anni e già risolto, a parte possibile sequela per qualche giorno appena con stordimento e disequilibrio.
  • Gestione della crisi vertiginosa acuta, se il paziente contatta il medico con crisi in atto.
  • Terapia per idrope, se si tratta di episodi frequenti o se ci sono state almeno due crisi importanti e ravvicinate nell’ultimo mese.
  • Attesa per vedere l’evoluzione, se ci sono state solo due crisi importanti negli ultimi tre mesi.
  • Terapia con acqua e neurofarmaci o se necessario invio a psichiatra e/o psicoterapia se, nonostante l’assenza di vere crisi frequenti che giustifichino la terapia, i fattori psichici ed emotivi e la paura delle recidive fanno comunque vivere male quel paziente aumentando spesso, peraltro, il rischio effettivo di recidive.

E sempre, ovviamente, con opportune spiegazioni e tranquillizzando il paziente sull’assoluta benignità delle vertigini e sulla possibilità di trattamento efficace, se dovessero diventare frequenti, e con il consiglio comunque di bere tanta acqua, visto che bere poco può favorire idrope e recidive.


Le crisi di vertigini brevi scatenate dal movimento

Oltre alle crisi maggiori e spontanee di vertigine come quelle ora descritte, esistono crisi di durata molto minore (minuti o meno di un minuto), tipicamente scatenate da particolari movimenti e spesso solo da un determinato movimento specifico.

Questo tipo di crisi viene definito vertigine posizionale parossistica benigna o VPPB.

Il meccanismo sottostante viene tradizionalmente, ma erroneamente, attribuito alla dispersione di otoliti (le concrezioni minerali presenti nelle macule del sacculo e dell’utricolo, definiti spesso “sassolini dell’orecchio” dai pazienti) che entrando in uno dei tre canali semicircolari stimolerebbero in modo anomalo il recettore (cupola) di quel canale procurando la vertigine (teoria della cupololitiasi di Schuknecht con successive modifiche).

Già la definizione è poco corretta. Dovrebbe semmai essere definita da posizionamento visto che non è la posizione a crearla, ma lo spostare il capo in una determinata posizione, e l’impiego del termine “benigna” è davvero poco comprensibile, non esistendo certo forme maligne di vertigine.

Ma, soprattutto, quel che non è corretto è il meccanismo al quale vengono praticamente da tutti attribuite, visto che secondo me in realtà anche le crisi di vertigini parossistiche da movimento sono da idrope, o comunque in relazione con l’idrope. La leggenda del “sassolino vagabondo” come ironicamente la definisco è solo qualcosa che viene tramandato dagli anni ’60, senza che nessuno sia davvero mai preso la briga di verificare e confermare questa ipotesi, se non costruendo a posteriori parametri diagnostici e basandosi sull’efficacia delle manovre liberatorie che “riposizionerebbero gli otoliti“.

Oggi peraltro anche la recente letteratura scientifica, dopo anni di passiva accettazione di questa ipotesi mai davvero verificata, tende a considerare non semplice coincidenza molte delle mie osservazioni da me proposte e rese pubbliche da molti anni.

Si ritiene infatti possibile, pur mantenendo l’ipotesi che siano gli otoliti il mediatore finale della vertigine, che esista una dei questa due relazioni o entrambe nel meccanismo patogenetico:

  • Il distacco degli otoliti sarebbe causato meccanicamente dall’idrope (idrope > otoliti)
  • L’accumulo di otoliti impedirebbe il corretto riassorbimento dell’endolinfa creando l’idrope (otoliti > idrope)

La mia posizione è attualmente perfino più rigida. Potrebbe proprio non esistere alcun reale distacco di otoliti, che di fatto nessuno è in grado di provare o dimostrare direttamente nel paziente. Ma volendo conciliare i due meccanismi, reputo più probabile la prima ipotesi e non la seconda.

Ecco come sono arrivato alla conclusione che le vertigini da cupololitiasi e da otoliti forse non esistono affatto e che, di fatto, anche questo tipo di crisi di vertigini sono da idrope e possono essere trattate con successo con la terapia contro l’idrope.

Vedremo poi peraltro che dal punto di vista pratico, alla fine, non è nemmeno così importante risolvere il dubbio con certezza, grazie all’integrazione di routine, nel protocollo di terapia , quando necessario, della ginnastica vestibolare, che comunque è terapia riconosciuta anche per la presunta vertigine da otoliti.

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La teoria della cupololitiasi fu ideata nel 1969 da Harold Schuknecht (uno di quelli che contavano all’epoca), il quale ipotizzò che le vertigini posizionali fossero dovute al distacco di concrezioni minerali (otoliti) della macula dell’utricolo o del sacculo (recettori vestibolari per i movimenti lineari e per la posizione statica) e alla loro migrazione verso la cupola dei canali semicircolari (recettori per i movimenti angolari).

Quest’ipotesi, tramandata per anni, non è però mai stata veramente confermata. I lavori successivi hanno dato per scontato che, siccome lo sosteneva Schuknecht, doveva essere così di sicuro e si sono concentrati sulla terapia e non più sulle cause.

Studiando sistematicamente con moltissimi esami sin dal 1998 tutto il labirinto, incluso il settore uditivo, io però ho potuto riscontrare che:

  • Tutti i pazienti con vertigine posizionale parossistica benigna hanno anche idrope, documentabile con gli esami opportuni, e costantemente qualche alterazione verificabile anche nel settore cocleare.
  • Spesso i pazienti, se interrogati esplicitamente, riferiscono anche sintomi cocleari, es. acufene, problemi di udito o fullness.
  • Spesso sono presenti o ci sono state in passato anche crisi spontanee di maggior durata più simili a quelle menieriche e/o disequilibrio soggettivo.
  • I pazienti con Meniere tipica, pur dandogli meno peso, hanno quasi sempre anche brevi crisi posizionali.

E tutto questo va contro la teoria che a causare il problema siano solo gli otoliti, a meno che tutti i pazienti non abbiano, per pura “sfiga”, anche l’idrope.

Già nel lontano 2000 scrissi quindi timidamente su internet qualcosa di davvero eterodosso ed eretico: “Meniere e VPPB, due varianti della stessa malattia?“.

Ma mi sembrava strano che solo io ci fossi arrivato, quando tutto il mondo era d’accordo sul fatto che si trattasse di due cose ben distinte, una da idrope e una da otoliti vaganti. Eppure tutto spingeva verso il mio modo di vedere le cose.

Quando poi ho deciso di esaminare tutto quanto fosse stato scritto per 30 anni e più sulla materia, avendo visto come valesse l'”ipse dixit” (lo ha detto lui, fallacia logica nota come principio di autorità) più che il ragionamento, ho capito perché.

Dopo le prime osservazioni basate su autopsie fatte da Schuknecht, quasi tutti gli altri, a seguire, hanno solo dato per scontato che fosse così senza nemmeno porsi il problema di verificare!

Allora, anche se uno contro tutti, ho capito che probabilmente avevo ragione io! Io avevo studiato davvero i pazienti e ragionato, giungendo a una conclusione differente. I “tutti”, gli altri specialisti, no!

Peraltro attualmente, come detto, anche in letteratura scientifica, l’associazione idrope-VPPB è sempre più presa in considerazione e quella del ruolo esclusivo degli otoliti perde gradualmente anche se lentamente consenso. Meglio tardi che mai.

A conferma di quanto sopra, per dimostrarvi quanto sia frequente l’associazione di vertigine posizionale parossistica con altri tipi di vertigine o sintomi cocleari che non possono certamente derivare dagli otoliti, ecco un sondaggio dedicato ai pazienti con questi problemi specifici con oltre 4000 risposte (non 4000 pazienti visto che potevano essere date più risposte).

Quanti sono quelli che riferiscono SOLO vertigini posizionali (e magari potrebbero comunque aver avuto  o avere altro nel corso della vita in seguito)? Meno del 3,7% !!! (delle risposte, magari potrebbero essere il 5-10% dei pazienti, comunque pochissimi).

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E visto che, come sempre, non mi arrivano mai critiche costruttive, me le faccio da solo.

“Ma… tutto quel che hai raccontato od osservato non prova con certezza che davvero anche le vertigini posizionali parossistiche siano da idrope, né esclude con certezza che siano da otoliti. Semplicemente apre un legittimo dubbio su un’ipotesi accettata da tutti, ma priva di valide conferme scientifiche.

Rispondo alla mia giusta autocritica con una delle mie più frequenti affermazioni filosofiche.

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E ora quindi vi spiegherò come si applica questa mia complessa proposizione ai miei dubbi sulle vere cause delle vertigini posizionali parossistiche da movimento, con un semplice ragionamento logico che risolve la necessità di avere “certezze“.

Come trattano gli altri medici questo tipo di vertigine, basandosi sulla teoria della cupololitiasi e della vertigine da otoliti?

  • Con le manovre liberatorie, che io a priori escludo come opzione e che non ho mai condiviso o proposto, per i motivi che vi spiegherò tra poco.
  • Oppure, sebbene più raramente, con la ginnastica vestibolare, ovvero esercizi che il paziente fa da solo a domicilio, procurandosi volontariamente brevi vertigini con specifici movimenti di provocazione allo scopo di insegnare al cervello ad ignorarle creando un meccanismo di abitudine, che si basa sull’osservazione che la ripetizione degli stessi movimenti tende a far ridurre la vertigine fino a farla scomparire. E questa è stata sempre da me proposta per questo tipo di vertigine.

Che tipi di pazienti con vertigini parossistiche posizionali da movimento possiamo dover gestire?

  • Pazienti, è questa è per me, nella mia esperienza professionale diretta, la regola e non l’eccezione, che hanno comunque altri disturbi certamente o potenzialmente da idrope da trattare.

    In questo caso è ovvio, anche se io mi stessi sbagliando sulla causa delle sue vertigini parossistiche posizionali da movimento, che il paziente non può avere solo un problema di cupololitiasi o otoliti, che mai potrebbero dare altri sintomi quali vertigini spontanee maggiori, disequilibrio soggettivo, acufeni, fullness, ipoacusia ecc. Anche se poi con la solita fantasia non condivisibile, alcuni medici arrivano a sostenere anche questo, o forse solo a fregarsene degli altri disturbi del paziente visto che non li sanno curare!

    Questo paziente ha comunque bisogno di fare anche terapia per idrope, ovviamente.
  • Oppure pazienti che hanno solo ed esclusivamente da trattare le crisi posizionali (che come abbiamo visto è molto raro comunque e la mia esperienza lo conferma). In questo gruppo possiamo distinguere due sottogruppi:
    • Paziente, che è in grado di effettuare senza problemi gli esercizi di ginnastica vestibolare da solo a casa, non avendo reazione psicoemotiva eccessiva, e con sufficiente coraggio.

      A questo paziente oltre alla ginnastica e ai farmaci antichinetosi (dimenidrinato, che è un farmaco da banco che si acquista perfino senza ricetta medica) per prevenire nausea e vomito, è stato sempre da me consigliato, oltre alla ginnastica, di bere tre litri d’acqua al giorno, almeno durante il periodo di fase acuta, il che anche ammettendo che io mi sia sbagliato e che l’idrope non c’entri nulla ma che siano davvero solo gli otoliti, non mi pare un sacrificio impossibile.
    • Paziente che senza aiuto non è in grado di effettuare correttamente, senza panico e paura, gli esercizi.

      Questo paziente ha bisogno oltre a ginnastica vestibolare e farmaci antichinetosi, di fare contemporaneamente o in via preliminare terapia con neurofarmaci per trattare ansia e panico. Ma, come vedremo nella pagina dedicata alla terapia e come dovreste aver già in parte compreso conoscendo il ruolo di stress e ADH nella sezione Le Basi, i neurofarmaci sono comunque una componente della terapia per idrope.
Perché non ho mai proposto le manovre liberatorie?

Mai, nella mia intera carriera professionale, ho effettuato o proposto le cosiddette manovre liberatorie (manovra di Semont e affini) per rispetto a una delle prime regole della Medicina che pochi, soprattutto nel mio settore, rispettano, ovvero prima di tutto, non far danni, e non peggiorare la situazione del paziente.

idrope.info | 19. Vertigini acute ricorrenti [idrope.info – Dott. La Torre]

Nonostante possano dare benefici, seppur transitori, in oltre l’80% dei casi, e non so come, forse agendo sui liquidi (non lo so!), in numerosi altri casi, le brusche manovre “liberatorie” fanno star peggio! 

Possono infatti creare una crisi di vertigine acuta molto maggiore di quelle per le quali il paziente si è rivolto al medico, con conseguente reazione di panico e netto aumento della dinamofobia o kinesiofobia (paura del movimento), che è spesso frequente in questi pazienti, riconoscibili già dal modo come si muovono, controllato e protetto e con scatti brevi più che con ampi movimenti continui, che mi ricorda il robot umanoide del primo Star Wars, se avete presente, e che spesso mettono in atto accorgimenti per non girarsi nel letto durante il sonno.

Inoltre le manovre liberatorie possono scatenare un disequilibrio soggettivo non presente prima o aggravarlo.

E se anche esistesse il rischio di tutto questo su un solo paziente ogni cento, per me questo sarebbe comunque un vincolo a non proporla mai come terapia.


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In questa sezione dettagliata sui vari sintomi e disturbi avete la possibilità di leggere e guardare quel che ritenete per voi utile e interessante, pur consigliando comunque di guardare ogni pagina.

Per cui qui ci sono tre opzioni:

1 – Tornare al menu della sezione Sintomi e Disturbi per leggere altre pagine di questa sezione

2 – Proseguire l’esplorazione guidata andando alla pagina, la cui lettura è consigliata per tutti, pazienti e medici, dove vi dirò la… verità sulla Malattia di Meniere.

3 – O saltare anche la pagina sulla Meniere (ma ve lo sconsiglio!) e proseguire andando direttamente alla pagina sulla terapia per idrope.


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Dott. Andrea La Torre

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