15. Ipoacusia e disacusia (udito)
Sebbene siano pochi gli specialisti che tengono davvero in conto questa importantissima differenza, avere un problema di udito può significare due cose ben distinte: una riduzione quantitativa dell’udito, che definiamo ipoacusia, o una alterazione qualitativa, per la quale è corretto usare un termine diverso, disacusia. Ovviamente i due problemi possono essere associati ed entrambi presenti.
Una ipoacusia può derivare da alterazioni in ogni parte dell’orecchio, incluso orecchio esterno o medio (ipoacusia trasmissiva, che non è ovviamente da idrope) e richiede pertanto di effettuare un esame audiometrico e un esame impedenzometrico per la sua valutazione, mentre la disacusia è sempre dovuta a orecchio interno, nervo acustico o vie uditive nel cervello.
Se siete entrati nel sito direttamente in questa pagina vi consiglio di leggere e apprendere in modo progressivo con l’esplorazione guidata partendo dalla home page e dalle basi per poi passare alla diagnosi, ai sintomi e infine alla terapia.
Ipoacusia e disacusia
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Definiamo ipoacusia (dal greco ákūsis = ascolto, e ipo- = meno, ovvero udire o sentire meno) la riduzione quantitativa dell’ udito in senso di perdita di volume o incapacità di percepire volumi normalmente percepiti da un soggetto sano o normoacusico.
Definiamo disacusia (dal greco ákūsis = ascolto, e dis- = cattivo ovvero udire o sentire male) l’alterazione qualitativa dell’udito, sia in termini di effettiva comprensione del parlato, sia come percezione di suoni distorti, frequenze aggiuntive (diploacusia), rimbombo o eco e altro ancora.
Iperacusia è invece una definizione errata che può far pensare al sentire più del normale e invece è un disturbo completamente diverso, corrispondente al fastidio per i rumori e ne parleremo in dettaglio in una pagina successiva.
Anche sordità è un termine poco corretto che andrebbe usato solo per l’ anacusia, ovvero l’assenza totale di udito da un lato o da entrambi.
Una ipoacusia (riduzione di volume) può derivare da tutte e tre le zone dell’orecchio (esterno, medio, interno).
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In questo caso per la diagnosi sono pertanto necessari alcuni esami comuni (audiometria tonale ed esame impedenzometrico), per confermare o escludere che si tratti davvero di un problema a carico dell’orecchio interno da trattare eventualmente con terapia per idrope, soprattutto se questo è l’unico problema per il quale serve una cura.
Un’alterazione qualitativa (disacusia) può invece solo derivare dall’orecchio interno o dal nervo acustico e mai dall’orecchio esterno o medio che non hanno alcun ruolo nella discriminazione della frequenza.
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Ci può essere disacusia perfino con esame audiometrico del tutto normale, perché l’esame non dà alcuna informazione sulla qualità della percezione.
L’esame audiometrico non ha quindi alcuna affidabilità da solo nel definire l’udito alterato o normale. Ha sempre più valore quel che riferisce il paziente che non l’esame.
Personalmente io peraltro considero vera ipoacusia o disacusia solo il disturbo o il deficit uditivo riferito dal paziente, e non il semplice riscontro con esame audiometrico di una riduzione di udito su una o più frequenze, nemmeno notato dal paziente e per il quale non si dovrebbe fare o proporre alcuna terapia. E meno che mai spaventare il paziente per far acquistare protesi acustiche.
Ipoacusia trasmissiva, neurosensoriale e mista
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La riduzione dell’udito da alterazioni dell’orecchio esterno e medio (condotto uditivo, membrana timpanica, cassa del timpano, martello, incudine, staffa) viene definita ipoacusia trasmissiva e il problema è, in questo caso, solo di volume, poiché è interessato solo il settore dell’orecchio puramente meccanico, deputato al convogliamento e all’amplificazione delle onde sonore. Basta alzare il volume adeguatamente dei decibel persi per sentire normalmente.
Esempi di ipoacusia trasmissiva o di trasmissione sono il tappo di cerume per l’orecchio esterno, e l’otite catarrale o l’otosclerosi per l’orecchio medio. Sull’otosclerosi e i suoi rapporti con l’idrope vi dirò qualcosa in più tra poco in questa stessa pagina.
Abbiamo già visto come si interpreta l’esame audiometrico nella pagina dedicata agli esami diagnostici ma è utile ripetere i concetti fondamentali anche qui.
Con un esame audiometrico correttamente eseguito risulta, in caso di ipoacusia trasmissiva, una riduzione della capacità uditiva per via aerea, inviando i suoni con la cuffia (via aerea) ma non per via ossea, inviando i suoni attraverso un vibratore posto dietro l’orecchio, che mette in vibrazione i liquidi saltando il meccanismo di trasmissione, a indicare che il problema non sta nell’orecchio interno, che funziona normalmente, ma nell’orecchio medio o esterno.
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La riduzione dell’udito da orecchio interno è invece definita ipoacusia neurosensoriale o percettiva.
In realtà, poiché anche i liquidi, pur appartenendo all’orecchio interno, hanno solo una azione meccanica di trasmissione, sarebbe più corretto chiamare ipoacusia neurosensoriale solo le alterazioni, in tal caso irreversibili, di nervi (neuro-) e cellule ciliate (-sensoriale) e chiamare ipoacusia trasmissiva dell’orecchio interno o ipoacusia da disfunzione idromeccanica dell’orecchio interno, quella da idrope. Ma sarebbe l’ennesima definizione che userei solo io e allora continuerò a chiamarla, per consuetudine, ipoacusia neurosensoriale o percettiva.
Inoltre, l’unico criterio che permette di distinguere una ipoacusia dell’orecchio interno da danni permanenti o da idrope è la reversibilità o la fluttuazione, spontanea o con terapia, e quindi, non sempre possiamo fare la diagnosi giusta a priori e usare una definizione appropriata.
Con un esame audiometrico correttamente eseguito risulta, in caso di ipoacusia neurosensoriale, una riduzione della capacità uditiva sia inviando il segnale con la cuffia (via aerea) sia con il vibratore (via ossea), a indicare che il problema sta nell’orecchio interno e non nell’orecchio medio o esterno.
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Ma, anche senza esame, l’ipoacusia da orecchio interno è spesso sospettabile poiché alla riduzione del volume si accompagnano di solito distorsione, percezione uditiva sporca, problemi a capire le parole, alterazioni o duplicazioni anomale della frequenza percepita, amplificazione non lineare, rimbombo ecc… (disacusia), tutte cose che non si possono valutare con l’esame audiometrico. E i test tradizionali di audiometria vocale, ormai molto raramente effettuata peraltro, non sono molto affidabili.
Non è assolutamente la regola che ogni ipoacusia neurosensoriale debba necessariamente corrispondere, come molti si sentono ancora oggi dire, a un danno irreversibile delle cellule ciliate della coclea, e che l’unica soluzione siano le protesi acustiche o apparecchi acustici.
Potrebbe esserci solo un impedimento alla normale funzione dell’orecchio interno, dovuto a un eccesso di volume e pressione dei liquidi nell’orecchio interno (idrope), e non solo quando l’ipoacusia è fluttuante e reversibile spontaneamente.
E di sicuro possiamo escludere il danno permanente irreversibile se l’ipoacusia non è sempre presente o confermare che almeno in parte sia dovuta a idrope se variabile e fluttuante.
Ovviamente esiste anche la possibilità che il paziente presenti in contemporanea sia ipoacusia trasmissiva da orecchio medio, ad esempio, che ipoacusia neurosensoriale da orecchio interno, ovvero una cosiddetta ipoacusia mista.
Si tratta in questo caso dell’associazione nello stesso paziente e nello stesso orecchio di due problemi distinti, uno a carico del sistema meccanico di trasmissione (orecchio esterno o medio) e uno a livello dell’orecchio interno. Solo la quota dovuta all’orecchio interno è, in questo caso, trattabile con la terapia per l’idrope.
In alcuni casi però anche un esame audiometrico correttamente eseguito (e, purtroppo, questa non è la regola ma l’eccezione) può ingannare circa la presenza di alterazioni trasmissive, in assenza di reali problemi a carico dell’orecchio medio. E che sia una falsa ipoacusia trasmissiva o mista lo dimostra la reversibilità dopo terapia e a volte anche l’incongruenza con l’esame impedenzometrico.
Il motivo non è ancora ben chiaro. Potrebbe succedere soprattutto in caso di aumento della perilinfa (idrope perilinfatico o ipertensione perilinfatica), il liquido più vicino all’ orecchio medio, per la pressione esercitata sulla staffa che ne limita la normale capacità di movimento.
Come vedremo tra poco questo stesso meccanismo può anche rendere i riflessi stapediali non registrabili all’esame impedenzometrico, simulando di fatto una otosclerosi.
Ipoacusia, disacusia e idrope
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Una ipoacusia non sempre presente è senz’altro da idrope, non potendo i danni permanenti risolversi spontaneamente (e nemmeno con terapia).
Ma anche una ipoacusia fissa, stazionaria o solo progressiva, può essere dovuta in parte o in tutto all’idrope, il quale peraltro può dare sia solo ipoacusia, sia solo disacusia, sia l’associazione di riduzione quantitativa dell’udito con alterazione qualitativa.
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Non esiste alcun modo certo per escludere il ruolo dell’idrope in una ipoacusia neurosensoriale:
- Una ipoacusia da idrope può insorgere improvvisamente, oppure gradualmente in modo progressivo.
- Non è assolutamente vero che esista una curva audiometrica tipica dell’idrope, o che la riduzione debba riguardare soprattutto o solo le basse frequenze (i suoni più gravi), sebbene questa sia probabilmente la situazione più frequente. È impossibile far diagnosi di idrope, o escluderlo, solo guardando l’esame audiometrico.
L’unico caso in cui l’idrope non può probabilmente essere l’unico responsabile è quello della anacusia, ovvero assenza totale di udito (diagnosi questa audiometrica, intendendo l’assenza completa di risposta per tutte le frequenze), poiché la sola disfunzione idromeccanica esercitata dai liquidi non potrebbe, da sola, compromettere l’udito fino a questo punto. Ma parte del problema potrebbe ancora comunque essere dovuto all’idrope, e in alcuni casi specifici (sordità bilaterale, ad esempio) potrebbe essere comunque indicato tentare con la cura. - Come per ognuno dei sintomi da idrope il paziente può avere idrope e altri sintomi a questo dovuti, ma sentirci benissimo e non avere nessuna ipoacusia, o avere solo ipoacusia senza acufeni, vertigini o altri sintomi da idrope, sebbene sia meno frequente che in caso di idrope ci sia ipoacusia senza acufeni, rispetto alla possibilità che ci siano acufeni con udito normale.
Il meccanismo con il quale l’idrope creerebbe ipoacusia e disacusia è verosimilmente la disfunzione idromeccanica esercitata sull’organo del Corti (dove si trovano le cellule ciliate) nella coclea con distorsione della meccanica cocleare. La verità è che il meccanismo esatto non è ancora noto.
Otosclerosi, riflessi stapediali e idrope
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Credo sia interessante aggiungere alcune informazioni sulla possibile associazione o, a volte, vero e proprio errore diagnostico, tra otosclerosi e idrope.
L’otosclerosi è una patologia dell’orecchio medio caratterizzata dalla crescita progressiva, in prossimità dell’ultimo ossicino dell’orecchio medio, la staffa, di osso neo-formato, che ne limita in tal modo la mobilità.
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Il suo sintomo tipico e unico è una lenta e progressiva ipoacusia (mai improvvisa), di tipo trasmissivo puro, senza alcuna reversibilità spontanea, ma solo con uno specifico intervento chirurgico detto stapedioplastica (stapedectomia, stapedotomia), e senza fluttuazioni.
L’otosclerosi non può mai essere responsabile di ipoacusia fluttuante e variabile con fasi di recupero, né di acufeni, né di fullness, e nemmeno causare vertigini.
Se questi sintomi si associano nello stesso paziente allora o la diagnosi è sbagliata o il paziente ha sia l’otosclerosi che una disfunzione dell’orecchio interno (il che può capitare), con necessità di trattamento specifico separato.
La diagnosi di otosclerosi viene generalmente fatta sulla base del riscontro con l’esame impedenzometrico di timpanogramma normale, ovvero nessuna otite, nessun versamento catarrale o di altra natura, e normale mobilità della membrana del timpano, e riflessi stapediali assenti.
In caso di otosclerosi, essendo la staffa immobilizzata o comunque, in caso di otosclerosi non ancora avanzata, a mobilità ridotta, il riflesso non funziona ovvero non riesce a tirare indietro la staffa, bloccata dall’osso esuberante.
Ma ciò che pochi specialisti ORL sanno e che è invece assolutamente certo e provato è che anche l’idrope può determinare la scomparsa dei riflessi stapediali, che non può essere considerata, quindi, prova certa di otosclerosi!
Se la pressione della perilinfa dall’altro lato, orecchio interno, spinge la staffa verso l’orecchio medio anche questo potrebbe impedire che il riflesso possa essere registrato poiché la staffa è… già spinta indietro.
La scomparsa del riflesso stapediale è spesso, se si ripete l’esame a distanza di tempo reversibile, spontaneamente o dopo terapia per idrope, il che esclude in modo assoluto che causa di quel riflesso assente fosse il blocco meccanico della staffa, che è irreversibile.
Schema riassuntivo di diagnosi e terapia per problemi di udito
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Che risultati attendersi sull’udito con la cura per idrope ?
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Nonostante non esista alcun parametro per escludere l’idrope (e lo confermo), il recupero dell’udito in caso di ipoacusia neurosensoriale stazionaria, non fluttuante, e magari presente da molto tempo, resta l’obiettivo più difficile da ottenere con la terapia.
O perlomeno questo vale per il recupero dell’ipoacusia (volume), visto che sulla qualità dell’udito (disacusia) generalmente si hanno risultati migliori.
Questo non significa che sia impossibile. Anzi ci sono possibilità di recupero e, a volte, perfino di tornare a un livello di udito normale molto maggiori di quanto non venga generalmente detto. E a volte questo avviene perfino spontaneamente senza terapia e perfino dopo anni di ipoacusia apparentemente stazionaria.
Di solito per l’udito serve fare di più e spesso servono anche le fleboclisi di diuretico osmotico (ne parlerò spiegando la terapia), anche se a volte si hanno recuperi anche solo con acqua e neurofarmaci o magari perfino solo con acqua e dieta.
A giudicare dal fatto che è molto frequente avere acufeni con udito normale e invece raro avere ipoacusia neurosensoriale senza acufeni, è probabile che per dare ipoacusia serva più idrope o un maggior aumento dei liquidi, rispetto a quello necessario per dare acufeni, e questo potrebbe spiegare le maggiori difficoltà.
In caso di udito molto variabile o con riduzioni solo temporanee, dove l’ipoacusia è già spontaneamente reversibile e da idrope, i risultati sono generalmente molto migliori.
Ricordate, peraltro, che il fatto che io abbia sempre proposto terapia per idrope non significa che la mia terapia sia perfetta e qualunque fallimento non permette comunque di affermare che ci siano necessariamente danni permanenti. A volte serve solo fare di più.
Ma tenete in conto anche che potrebbero, in effetti, anche esserci danni permanenti in caso di ipoacusia non fluttuante, che restano indimostrabili e non verificabili e sui quali, ovviamente la terapia non può fare assolutamente nulla, a differenza che per l’acufene dove, in teoria, come spiegato nella pagina dedicata a questo disturbo, l’azione dei neurofarmaci potrebbe comunque dare risultati agendo a livello delle vie uditive centrali.
Infine, da una revisione effettuata nel 2024, seppur con pochi dati disponibili e con i limiti di ogni indagine basata su valutazioni soggettive, oltre che per la scarsa partecipazione all’indagine (pochi casi valutati), sarebbe emersa l’importanza di trattare precocemente l’udito (ma parliamo di settimane o mesi contro anni non di giorni) e di dargli maggior attenzione, nonostante sia un problema trascurato dai pazienti che sembrano dare maggior importanza ad acufeni e/o vertigini per il quali, invece il tempo trascorso dall’esordio non è rilevante.
Quel che è certo è che nessuno dovrebbe ricevere una proposta per acquistare protesi acustiche, soluzione puramente funzionale che non cura proprio nulla ed è costosa, e meno che mai accettarla, con diagnosi certa (ma impossibile da dimostrare) di danno permanente, prima di aver tentato di recuperare l’udito con la terapia per idrope, insistendo con questa terapia in caso ci siano risultati, perfino se solo parziali, prima di rassegnarsi.
L’ipoacusia improvvisa non è una vera emergenza medica
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A chiusura di questa pagina sui problemi di udito serve chiarire una cosa importante a proposito della cosiddetta ipoacusia improvvisa, che peraltro non è affatto una diagnosi, ma solo la traduzione in linguaggio medico di sentirci improvvisamente di meno.
Una volta escluse cause d’ipoacusia trasmissiva come un tappo di cerume o una otite catarrale, la maggior parte delle ipoacusie a esordio improvviso comunemente ma erroneamente definite sordità improvvisa, sono di tipo neurosensoriale, e spesso si accompagnano a improvvisa insorgenza o peggioramento di acufene nello stesso lato.
A dispetto di quel che tutti (ma proprio tutti, credo, tranne me!) dicono, l’ipoacusia neurosensoriale improvvisa non è affatto un’emergenza medica e non richiede nessun trattamento immediato, precipitandosi al pronto soccorso.
Questa è solo un’altra delle balle dei medici per scaricare la colpa di qualcosa che non saprebbero fare e ottenere comunque sul paziente e al suo andare dallo specialista “troppo tardi“.
Ma sulla quale base si stabilisce che è troppo tardi ?
(Alice nel Paese delle Meraviglie, Disney 1951)
Le tre cause più tenute in conto, almeno stando alla terapia che viene tradizionalmente prescritta (vasodilatatori o fluidificanti del sangue, cortisone e fleboclisi di mannitolo) sono:
- ischemia (blocco della circolazione) – indimostrabile e puramente ipotetica
- infezione virale – indimostrabile e puramente ipotetica
- idrope – diagnosticabile con certezza solo a posteriori in caso di recupero dell’udito
Stranissimo. Escludono a priori, spesso, l’idrope, quando praticamente il paziente ha sintomi fluttuanti evidenti o disturbi che possono solo essere da idrope, che quasi ce l’ha scritto sulla fronte che è idrope, ma si ricordano dell’idrope quando nessuno, nemmeno io, di fronte a un episodio unico e improvviso, potrebbe avere alcun elemento per fare questa diagnosi?
Il vero mistero che non riuscirò mai a comprendere, sull’orecchio interno, non sono i sintomi, ma gli specialisti otorinolaringoiatri!
- Se la causa fosse un problema circolatorio, nel momento stesso in cui si verifica la riduzione di udito, ci sarebbero già danni permanenti e intrattabili entro pochi minuti appena. Dopo appena 4-5 minuti senza sangue e ossigeno alla coclea si verificherebbe, infatti, un inevitabile danno permanente.
- I virus si moltiplicano all’interno delle cellule e le distruggono per uscirne (azione citocida o citolitica) oppure creano una alterazione funzionale senza mai distruggere la cellula, il che comunque annullerebbe il concetto di urgenza. Sempre che davvero possano esistere infezioni virali della coclea, che nessuno ha mai davvero dimostrato in vivo.
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Dott. Andrea La Torre
AVVISO IMPORTANTE: Il Dott. Andrea La Torre, medico dal 1989 e specialista in Otorinolaringoiatria dal 1993, attualmente residente in Cambogia, il 13 novembre 2025 ha richiesto la cancellazione volontaria, con effetto immediato, dall’Albo dell’Ordine dei Medici, per motivi che sono spiegati altrove, nella pagina dedicata a raccontare la mia storia professionale.
Pertanto l’attività medico specialistica di diagnosi e prescrizione diretta di terapia, dopo 36 anni di professione medica e 32 anni di attività specialistica libero-professionale, è interrotta definitivamente.
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